I maestri della massa: i picchieri svizzeri

 

Maestri della massa: i picchieri svizzeri

 

 

« "Il loro avanzare compatti, il passo di marcia, ritmato da tamburi e pifferi, i loro usi arcaici e irrazionali, la loro crudeltà e la loro audacia […], il loro spaventoso grido di battaglia", insomma la loro "aggressività primitiva ed elementare ferocia guerresca" (Baumann) doveva imporre per alcuni decenni i fanti svizzeri come l'arma risolutiva delle battaglie e di conseguenza i più apprezzati e meglio pagati tra i mercenari. »

 

(Piero Del Negro che cita I lanzichenecchi. La loro storia e cultura dal tardo Medioevo alla Guerra dei trent'anni, di Baumann Reinhard)

 

L'uso di lunghe picche e di schieramenti molto compatti di fanteria non era raro nel Medioevo. Ad esempio, i fanti fiamminghi alla battaglia di Courtrai (Belgio) affrontarono vittoriosamente gli orgogliosi cavalieri francesi intorno al 1302, e gli irriducibili scozzesi tennero testa ai loro invasori inglesi alla battaglia di Stirling, 1297. Parimenti, nello sbarco di Damietta (Egitto) nel corso della Settima crociata (1249), cavalieri francesi momentaneamente appiedati formarono un'impenetrabile falange di lance e scudi per respingere la cavalleria egiziana e riuscirono a proteggere i successivi sbarchi, prima di tornare in sella alle proprie cavalcature approdate all'asciutto. Identica tattica viene descritta nelle fonti norrene quanto meno a partire dal XII secolo. Tuttavia, il merito di aver istituzionalizzato la tattica della picca nel Basso Medioevo viene spesso attribuito agli svizzeri.

 

Morale e motivazione

 

Gli svizzeri formavano milizie nell'ambito di un medesimo cantone o di una stessa città, e queste compagini erano in grado di alimentare un spirito di corpo che si perpetuava nelle compagnie di ventura. Questo, di per sé, non rappresentava una novità.

 

Mobilità

 

Risulta da documenti storici che gli svizzeri, marciatori coriacei, riuscissero talora a tenere il passo della cavalleria, sia pure sul terreno circoscritto delle regioni alpine. Una tale mobilità è sorprendente, anche se non priva di analogie con le prestazioni di altri fanti, ma gli svizzeri si distinguevano particolarmente per questa attitudine. Vi sono resoconti di operazioni romane contro i Germani che descrivono fanti nemici trotterellare a fianco della cavalleria, a volte riposandosi le mani sui cavalli usati come sostegno. L'esercito inglese di Enrico V, durante la campagna di Agincourt tentò (peraltro senza successo) di eludere le forze francesi, marciando da 60 a 90 chilometri al giorno seguendo un percorso tortuoso allo scopo di sottrarsi alla stretta dei francesi. Secoli più tardi, i celebri impi, guerrieri zulu in Africa meridionale, segnarono un risultato epocale, raggiungendo - si dice - una sensazionale cadenza di marcia di 75 chilometri giornalieri.

 

Armi ed equipaggiamenti

 

Gli svizzeri per lo più vestivano la stessa corazza ed usavano le stesse armi di qualunque altra forza di fanteria pesante del tempo. Tuttavia la loro esperienza permetteva loro di servirsi di tali mezzi con grande efficacia.

 

Manovra e formazioni

 

In numerose battaglie antecedenti all'affermarsi degli svizzeri, era piuttosto comune che i picchieri si radunassero ed attendessero l'attacco della cavalleria nemica. L'utilità di una tale scelta variava molto con le circostanze. Se poteva infatti risultare vantaggiosa quando la falange occupava una posizione forte, favorita dalle caratteristiche del terreno, tuttavia presentava la contropartita di concedere maggiore iniziativa agli attaccanti. Per esempio, nella battaglia di Falkirk (1298), i picchieri scozzesi, che pure avevano riportato parecchie vittorie iniziali, fronteggiarono energicamente la cavalleria nemica ma furono colti in una posizione statica; subirono la disfatta, ironicamente, proprio per opera di quello che sarà il secondo pilastro della nascente egemonia del fante: l'arco lungo (o longbow, secondo la denominazione britannica). Gli svizzeri migliorarono la tattica dei picchieri aggiungendo formazioni flessibili e manovre aggressive.

 

Una tipica formazione di picchieri svizzeri era disposta su tre sezioni di colonne. Gli svizzeri erano particolarmente flessibili: ciascuna sezione poteva operare in autonomia, o al contrario combinarsi con le altre per darsi reciproco sostegno. Potevano formare un quadrato vuoto per svolgere una difesa verso ogni direzione esterna. Potevano avanzare formando una sorta di "scaletta", o produrre un assalto disponendosi a triangolo, creando un effetto cuneo. Potevano costruire attacchi dalle ali dello schieramento - con una colonna che "fissava" l'avversario al centro, mentre un'altra aliquota di svizzeri batteva i fianchi della schiera nemica disponendosi "a scaletta". Potevano radunarsi in profondità in una posizione naturalmente forte, come una collina. Quel che più risultava sconcertante per i nemici era il fatto che gli svizzeri attaccavano e manovravano aggressivamente. Non se ne stavano ad aspettare i cavalieri che attaccassero, ma prendevano loro stessi l'iniziativa, obbligando il nemico a rispondere alle loro mosse. Era una formula che li avrebbe condotti a numerosi successi sul campo.

 

Efficacia degli svizzeri

 

Essi ottennero una serie di strepitose vittorie in tutta Europa, di cui ricorderemo le battaglie di Morgarten, Laupen, Sempach, Granson, Morat o Novara. In alcuni scontri la falange svizzera comprendeva anche un certo numero di balestrieri, fornendo alla formazione un potere di arresto per mezzo di proiettili. Il grado di efficacia degli svizzeri, negli anni tra il 1450 ed il 1550, era talmente alto che i più importanti principi europei erano indotti ad assoldare i picchieri svizzeri o a copiarne tattica ed armi (un buon esempio è fornito in proposito dai lanzichenecchi tedeschi).

 

Maestri della potenza di fuoco: gli arcieri inglesi

 

L'arco lungo inglese portò un'efficienza operativa nuova nei campi di battaglia europei, sino ad allora ampiamente priva di precedenti per le armi da getto tradizionali. Ma era innovativo anche il tipo di arco usato. Laddove gli asiatici si avvalevano di archi compositi (multi-pezzo e multi-materiale), gli inglesi facevano affidamento sul longbow, consistente di un unico pezzo, che proiettava un'acuminata "testata", assolutamente rispettabile quanto a gittata e forza d'urto, idonea a penetrare simultaneamente la piastra dell'armatura ed anche la sottostante maglia di ferro.

 

Tiratori di longbow ed altri tiratori

 

Nelle isole britanniche, gli archi erano noti dai tempi remoti, ma fu tra i gallesi tribali che l'efficienza nel relativo uso e costruzione divenne altamente sviluppata. Grazie agli archi di cui disponevano, i gallesi imposero un elevato tributo di sangue agli inglesi che invadevano la loro terra. Anche se adattato dagli inglesi, il longbow restò in ogni caso un'arma difficile da padroneggiare, ed anzi richiedeva anni di uso ed esercizio per ottenere risultati soddisfacenti. Perfino la costruzione di tale arco voleva tempi lunghi: talvolta erano necessari fino a quattro anni di stagionatura delle "doghe" prima della lavorazione vera e propria. Un tiratore di longbow bene addestrato poteva scagliare più di venti frecce al minuto, una cadenza di tiro superiore a quella delle altre armi da lancio del tempo. Ciò che più si poteva paragonare al longbow era la molto più costosa balestra, spesso impiegata da milizie cittadine e mercenari. La balestra non aveva la gittata del longbow, ma in compenso aveva un enorme potere di penetrazione, e - a differenza del longbow - non richiedeva anni di impegnativo addestramento: da ciò scaturiva la fama di arma "plebea" che affliggeva la balestra, giudicata "non cavalleresca". In effetti, furono emanate svariate leggi in tutta Europa intese a bandire quest'arma "disonorevole e non cavalleresca": superfluo dire che furono ampiamente ignorate.

Ad ogni modo, il longbow - se maneggiato da tiratori esperti - surclassava la balestra, ed era destinato a trasformare radicalmente i campi di battaglia europei.

 

Il longbow sul campo di battaglia

 

Questi tiratori furono impiegati per incidere in modo micidiale nel continente europeo, nel momento in cui un assortimento di re e capi si scontravano con i loro nemici sui campi di battaglia francesi. Le più famose di tali battaglie furono Crécy e la già rammentata Agincourt. A Crécy, tre volte meno numerosi del nemico, gli arcieri in questione scavarono una posizione difensiva sulla vetta di una collina e respinsero ripetute ondate di avversari con la sola "potenza di fuoco", scaricando nuvole di frecce sulle file dei cavalieri. Nemmeno 6000 balestrieri genovesi riuscirono a sloggiarli dalla loro collina, dando così una dimostrazione (ovviamente involontaria) della superiorità del longbow.

 

Ad Agincourt, quasi un secolo dopo, i francesi non avevano ancora preso atto della potenza dei professionisti dell'arco britannici, e con ardore degno delle galliche tradizioni tentarono di travolgerli con cariche di cavalleria. Considerata la netta superiorità numerica di cui godevano, non era velleitario da parte loro nutrire la speranza di una facile vittoria. Dopo aver marciato per tutta la Francia nel tentativo di raggiungere Calais in sicurezza, gli inglesi erano sporchi, stanchi ed affamati, ma il terreno della Somme si era rivelato fatale per più di un attaccante. Migliaia di cavalieri tentarono di caricare, nel fango che arrivava al ginocchio, affrontando migliaia di frecce che trapassavano le armature, straziavano le carni, mutilavano i cavalli. Per la prima volta nella Guerra dei Cent'Anni gli inglesi avevano piazzato pali aguzzi di fronte alla formazione degli arcieri per ostacolare i cavalli alla carica. Neppure smontati (come avvenne successivamente) i francesi riuscivano a farsi largo tra le schiere dei morti, nella tempesta di frecce. Inutile dire che la vittoria fu totale, e decimò un'intera generazione di nobiltà francese.

 

Difficile da impiegare nella manovra di attacco, caratterizzata da energica spinta dinamica, il longbow dava il meglio di sé nella battaglia difensiva. Contro avversari a cavallo, o contro altre unità di fanteria, le file di questi arcieri venivano dispiegate su linee sottili, protette e schermate da fosse (come avvenne alla battaglia di Bannockburn - 1314), steccati o altre opere campali assimilabili a trincee. Sovente il terreno veniva scelto accuratamente, in modo che gli arcieri ne fossero avvantaggiati e potessero costringere i nemici in un collo di bottiglia (al modo di Agincourt), oppure ad arrampicarsi "sotto tiro" su un'aspra salita (al modo di Crécy). A volte invece gli arcieri venivano schierati in una piatta formazione a "W", che permetteva loro d'intrappolare e colpire d'infilata i nemici.

 

La riaffermata supremazia della fanteria

 

Considerate assieme, la massa delle picche e la potenza di fuoco degli archi posero fine al dominio della cavalleria sulla scena europea, e determinarono un nuovo equilibrio di forze, che ora favoriva il - prima negletto - soldato appiedato. La guerra con la polvere da sparo avrebbe enfatizzato viepiù questo principio. La cavalleria pesante restò comunque uno strumento di rilievo nei campi di battaglia europei, una realtà che sarebbe tramontata solo alla fine del XIX secolo, quando il progresso oplologico avrebbe trasformato il cavaliere in un bersaglio troppo facile.